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    08 February

    racconto di un'amicizia senza tempo

    Ho un vago ricordo di ciò che è accaduto. La testa mi gira, sento le vene della fronte che pulsano irregolarmente. Mi guardo intorno ma non riesco a girare la testa come vorrei. Sento come un minuscolo tubicino infilato nella mia gola. Vorrei strapparmelo via e grattarmi fino in fondo alla gola, ma non posso. Credo di avere un braccio ingessato, e forse qualche costola rotta, non lo so molto bene.

    Non ricordo nulla o quasi dell’incidente. Mi trovavo poco distante da casa mia, avevo parcheggiato l’auto e insieme al mio amico stavo per attraversare lo stradone che conduce allo stretto vialetto sotto la mia abitazione.

    -          Ga mi guardi se ho lasciato il cellulare in macchina – mi disse voltandosi non facendo attenzione alle macchine che sopraggiungevano

    Raramente qualcuno passava per quella strada, soprattutto a quell’ora di notte. Non quella sera. Ricordo di essermi gettato verso di lui, di averlo spintonato dall’altro lato della strada. Nulla più. So solo che i suoi occhi in lacrime sono l’ultima immagine che ho nella mente e la prima che ho rivisto quando mi sono risvegliato.

    Già, ho l’impressione che tutto questo sia accaduto ieri, tanto è il sonno che ho che mi sembra di non aver dormito per mesi e mesi…e invece di mesi ne sono passati ben quattro. Quattro mesi senza mai aprire gli occhi, senza emettere alcun suono dalla bocca, senza riuscire a espletare le più banali funzioni umane. Ora che ci penso credo di avere anche un catetere infilato…beh, non c’è bisogno di dire dove…non oso immaginare quanto male farà quando me lo tireranno via.

    Quattro mesi in cui mi sembra di aver vissuto la mia vita dall’esterno, come uno spettatore passivo, incapace di poter intervenire, di parlare, di interagire con il resto del mondo, trattenuto, frenato da una forza che ora non riesco a descrivere. Una mano, forse, o una tenaglia, avvolta attorno alla vita che mi tirava verso il basso, verso il buio, promettendomi un eterno sonno di pace e serenità. Ma non riuscivo ad abbandonarmi ad esse, no, non potevo, non volevo.

    Ascoltavo, è strano da dire ma sì, riuscivo ad ascoltare le parole, le lacrime di chi giorno dopo giorno veniva a rendermi visita. Percepivo l’affetto di chi mi stringeva la mano sperando che io ricambiassi il gesto, ma io non ce la facevo, la mia mente, non aveva il controllo sui miei muscoli ed io non avevo il controllo sulla mia mente. Pensavo stessi sognando, ma quando sono riuscito a svegliarmi ho avuto la conferma che tutto ciò non fosse un sogno.

    Il dolore di mio padre e mia madre che mi hanno fatto visitare dai migliori specialisti con la speranza di trovare una soluzione al mio male, l’affetto di mio fratello che dopo l’incidente cercò in tutti i modi di rincuorare il mio amico invaso dai sensi di colpa. Già, lui. Nel mio sognare ho creduto di vederlo ogni giorno, a volte per ore, altre per pochi minuti. Ho creduto di sentirlo parlare, di sentirlo raccontare della sua vita, delle sue preoccupazioni, delle sue gioie, Ho creduto di averlo visto piangere più di volta, coprendosi il volto  per la vergogna, quasi credesse che lo potessi vedere; ricordo nitidamente la sua mano, da sempre più piccola della mia, che mi stringeva forte e la mia disperazione, la mia rabbia, la frustrazione ndel non poter contraccambiare quel gesto così semplice. Ho creduto di sentirlo litigare con chi gli diceva di che era inutile parlarmi, con chi cercava di fargli capire che tanto non mi sarei mai più risvegliato con chi gli diceva che era ora di ricominciare e di accettare la dura realtà. Mai lui si è rassegnato, e per lui mai io mi sono abbandonato a quella forza, atroce, che giorno dopo giorno mi tirava a sé.

    Per questo forse ora ho così tanto sonno, perché nel corso degli ultimi mesi non ho fatto altro che combattere, contro me stesso, quella parte di me che mi consigliava di lasciarmi andare. Ma ho paura a chiudere gli occhi ora, paura che possa riaddormentarmi di nuovo e sentire di nuovo quella morsa attorno alla vita, proprio ora che ho riafferrato le mani del mio caro amico. Già, lui.

    Quando ho riaperto gli occhi la mia vista era annebbiata, ma i suoi occhi li avrei riconosciuti anche e fossi stato completamente cieco. Ricordo le sue urla di gioia, per un evento inaspettato, il suo saltare iperattivo nella mia stanzetta d’ospedale.

    -          Fermo qui non ti muovere vado a chiamare il dottore…oddio che bello…..

    E chissà dove potevo andare, incatenato com’ero al mio letto. Ma lui era sempre stato così, impulsivo, schietto, sincero. Per questo forse eravamo così legati. Le infermiere, il dottore, la mia famiglia, i miei amici più cari…in poco tempo la mia stanza era gremita di persone, come la prima di un importante spettacolo teatrale. Non vidi più l’amico mio caro, e cominciai a preoccuparmi ed agitarmi. Nel corso di questi mesi lo avevo “scoltato” raccontarmi la sua vita, anche quando non aveva nulla da dirmi, ed ora che ero di nuovo li con lui, lui non c’era. Chiesi a mio fratello di andarlo a cercare. Non dovette andare lontano, lui era seduto sulle sedie appena fuori la mia stanza, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, il viso in lacrime tra le mani. Cacciai immediatamente tutti dalla mia stanza e gli chiesi di entrare, e di togliersi le mani dal viso, che non aveva nulla di cui vergognarsi. Sapevo perfettamente come si sentiva, forse perché lo conoscevo davvero bene, o, più semplicemente, perché io mi sarei sentito esattamente come lui.

    -          So che ci sei stato, che sei stato presente sempre, che non hai mai smesso di credere che potessi farcela. Ti ho sentito parlare, ti ho visto piangere e ridere…- il tubicino nella gola mi impediva di formulare frasi troppo  lunghe – so quanto hai sofferto, ma ce l’abbiamo fatta insieme…e adesso proseguiamo insieme – lo abbracciai con il solo braccio sano che avevo, le parole interrotte dal pianto – non ti nascondere, non ti vergognare, non incolparti perché vedi, io sono felice…

    Lui stette lì a guardarmi incredulo, probabilmente pensò che fossi sotto l’effetto di sedativi. Scoppiò a piangere ma riuscì a sussurrarmi che anche lui era felice, felice che fossimo di nuovo riuniti, felice che non ce l’avessi con lui, felice di ever ritrovato, con me, la vita.

    Non mi  ha mai chiesto come sapevo tutte quelle cose che mi aveva detto e fatto mentre ero in coma. Ho l’intima convinzione che lo sappia già.

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