Gabriele 的个人资料Fotografie dei miei pens...照片日志列表 工具 帮助

Fotografie dei miei pensieri

la continua trasmutazione dell'irreale in reale e del reale in irreale
2月14日

l'insostenibile leggerezza del mio essere

È indubbiamente una gran bella giornata oggi. Il sole splende su Roma, l’aria è leggera e il cielo sgombro da ogni nuvola. Il vento pungente ti accarezza le gote, facendoti sentire vivo e regalandoti un piccolo anticipo della fresca primavera che verrà.

L’aria è frizzante anche nelle strade, tra i volti di chi cammina abbracciato al suo amante, avvolto in lunghe sciarpe calde o riscaldato dall’affetto e dall’amore di chi gli sta accanto. C’è una grande frenesia tra  la gente oggi, quasi fosse il giorno più importante dell’anno, come se non ci si potesse amare allo stesso modo ne prima ne dopo.

Un timido raggio di sole è entrato nella mia stanza, non so se per portare luce ad uno squattrinato scrittore o per riscladare il cuore ghiacciato di un amante solo. Lo guardo, cerco di afferrarlo, la mia mano lo attraversa interrompendone la trama sul pavimento della mia cameretta, ma non ho la forza – ne la volonta a dire il vero – di catturarlo, riesco solo a percepire il suo pallido calore sulla mia mano, ricordo di quando non avevo bisogno di cercare il sole per essere riscaldato…

Sono improvvisamnte arrivate delle bianche nuvole a portare via il mio rimido compagno, l’aria si è rinfrescata ancora di  più. Gli esperti dicono che forse oggi a Roma nevicherà. Capirai. Non oso immaginare l’euforia schizofrenica di chi, vedendo pochi  fiocchi di neve cadere sulla  capitale penserà che si tratti del compimento del loro amore, del sancimento divino della loro miserabile storia d’amore.

Ok, forse sono stato troppo cattivo. Ma oggi mi sento particolarmente intollerante.O forse è solo la gelosia che mi fa parlare, l’invidia di chi non ha nessuno a cui regalare un mazzo di fiori, di chi cammina per strada senza nessuno accanto, l’invidia di chi non si sente amato o, peggio ancora, l’invidia di chi non ha nessuno da amare.

Sono sempre stato una persona abbastanza solitaria. Mi piace starmene in disparte a farmi gli affari miei, restare a casa la sera quando tutti sono fuori, a leggere un libro e bere un bicchiere di buon vino rosso, amo fare delle lunghe passeggiate e starmene in macchina da solo ad ascoltare musica atrraversando posti vecchi e nuovi. Pazzo? Forse. Libero, mi piace di più. Ho i miei amici, le persone che contano davvero per me, è con loro che passo il mio tempo, senza baci, fiori o cioccolatini.  Non so spiegare come sono arrivato a questo punto, io che in passato sono stato molto più dolce del più dolce dei cioccolatini, oggi mi sento indifferente nei confronti dell’amore, o meglio, lo ripudio, lo disprezzo, forse perché lui, più di una volta, in passato mi ha ferito.

Eppure oggi tutto questo non mi basta, non basta un piccolo raggio di sole per risvegliarmi dal gelo in cui sono caduto, non basta l’affetto dei miei amici per farmi dimenticare il dolore. Perché, in fondo, se non avessi mai conosciuto amore, non potrei sapere cosa si prova nel camminare mano nella mano, nello starsene abbracciati sotto la neve che cade o nel camminare insieme lungo la spiaggia d’inverno. E invece lo so, maledettamente bene e per quanto vorrei potermi rinchiudere nella mia stanza e svegliarmi quando è già domani mattina, c’è una parte di me che vuole uscire, quella parte che è stata appena sfiorata dal quel raggio di sole che veloce se ne è andato come era arrivato.

Non credo sia possibile raccontare il travaglio interiore di chi, ogni giorno,  vorrebbe amare e non vuole farlo, di chi crede ancora nell’amore, quello vero, nonostante questo lo abbia tradito più di una volta, di chi vorrebbe esplodere e invece si trattiene, giorno dopo giorno perché non sa se riuscirà, di nuovo, a raccogliere tutti i pezzi, il dolore di chi deve apparire in un certo modo, trattenendo in sé il suo vero io.

“non lasciare che rabbia o qualche vecchio rancore non facciano uscire ciò che di buono hai nel cuore…”  esco, mi vado a fare una lunga passeggiata al mare. Quel mare che mi regalò l’amore e a cui oggi affido, nuovamente, il mio cuore, sperando che presto, voltandomi, riveda sulla sabbia i passi di chi cammina accanto a me.

2月8日

racconto di un'amicizia senza tempo

Ho un vago ricordo di ciò che è accaduto. La testa mi gira, sento le vene della fronte che pulsano irregolarmente. Mi guardo intorno ma non riesco a girare la testa come vorrei. Sento come un minuscolo tubicino infilato nella mia gola. Vorrei strapparmelo via e grattarmi fino in fondo alla gola, ma non posso. Credo di avere un braccio ingessato, e forse qualche costola rotta, non lo so molto bene.

Non ricordo nulla o quasi dell’incidente. Mi trovavo poco distante da casa mia, avevo parcheggiato l’auto e insieme al mio amico stavo per attraversare lo stradone che conduce allo stretto vialetto sotto la mia abitazione.

-          Ga mi guardi se ho lasciato il cellulare in macchina – mi disse voltandosi non facendo attenzione alle macchine che sopraggiungevano

Raramente qualcuno passava per quella strada, soprattutto a quell’ora di notte. Non quella sera. Ricordo di essermi gettato verso di lui, di averlo spintonato dall’altro lato della strada. Nulla più. So solo che i suoi occhi in lacrime sono l’ultima immagine che ho nella mente e la prima che ho rivisto quando mi sono risvegliato.

Già, ho l’impressione che tutto questo sia accaduto ieri, tanto è il sonno che ho che mi sembra di non aver dormito per mesi e mesi…e invece di mesi ne sono passati ben quattro. Quattro mesi senza mai aprire gli occhi, senza emettere alcun suono dalla bocca, senza riuscire a espletare le più banali funzioni umane. Ora che ci penso credo di avere anche un catetere infilato…beh, non c’è bisogno di dire dove…non oso immaginare quanto male farà quando me lo tireranno via.

Quattro mesi in cui mi sembra di aver vissuto la mia vita dall’esterno, come uno spettatore passivo, incapace di poter intervenire, di parlare, di interagire con il resto del mondo, trattenuto, frenato da una forza che ora non riesco a descrivere. Una mano, forse, o una tenaglia, avvolta attorno alla vita che mi tirava verso il basso, verso il buio, promettendomi un eterno sonno di pace e serenità. Ma non riuscivo ad abbandonarmi ad esse, no, non potevo, non volevo.

Ascoltavo, è strano da dire ma sì, riuscivo ad ascoltare le parole, le lacrime di chi giorno dopo giorno veniva a rendermi visita. Percepivo l’affetto di chi mi stringeva la mano sperando che io ricambiassi il gesto, ma io non ce la facevo, la mia mente, non aveva il controllo sui miei muscoli ed io non avevo il controllo sulla mia mente. Pensavo stessi sognando, ma quando sono riuscito a svegliarmi ho avuto la conferma che tutto ciò non fosse un sogno.

Il dolore di mio padre e mia madre che mi hanno fatto visitare dai migliori specialisti con la speranza di trovare una soluzione al mio male, l’affetto di mio fratello che dopo l’incidente cercò in tutti i modi di rincuorare il mio amico invaso dai sensi di colpa. Già, lui. Nel mio sognare ho creduto di vederlo ogni giorno, a volte per ore, altre per pochi minuti. Ho creduto di sentirlo parlare, di sentirlo raccontare della sua vita, delle sue preoccupazioni, delle sue gioie, Ho creduto di averlo visto piangere più di volta, coprendosi il volto  per la vergogna, quasi credesse che lo potessi vedere; ricordo nitidamente la sua mano, da sempre più piccola della mia, che mi stringeva forte e la mia disperazione, la mia rabbia, la frustrazione ndel non poter contraccambiare quel gesto così semplice. Ho creduto di sentirlo litigare con chi gli diceva di che era inutile parlarmi, con chi cercava di fargli capire che tanto non mi sarei mai più risvegliato con chi gli diceva che era ora di ricominciare e di accettare la dura realtà. Mai lui si è rassegnato, e per lui mai io mi sono abbandonato a quella forza, atroce, che giorno dopo giorno mi tirava a sé.

Per questo forse ora ho così tanto sonno, perché nel corso degli ultimi mesi non ho fatto altro che combattere, contro me stesso, quella parte di me che mi consigliava di lasciarmi andare. Ma ho paura a chiudere gli occhi ora, paura che possa riaddormentarmi di nuovo e sentire di nuovo quella morsa attorno alla vita, proprio ora che ho riafferrato le mani del mio caro amico. Già, lui.

Quando ho riaperto gli occhi la mia vista era annebbiata, ma i suoi occhi li avrei riconosciuti anche e fossi stato completamente cieco. Ricordo le sue urla di gioia, per un evento inaspettato, il suo saltare iperattivo nella mia stanzetta d’ospedale.

-          Fermo qui non ti muovere vado a chiamare il dottore…oddio che bello…..

E chissà dove potevo andare, incatenato com’ero al mio letto. Ma lui era sempre stato così, impulsivo, schietto, sincero. Per questo forse eravamo così legati. Le infermiere, il dottore, la mia famiglia, i miei amici più cari…in poco tempo la mia stanza era gremita di persone, come la prima di un importante spettacolo teatrale. Non vidi più l’amico mio caro, e cominciai a preoccuparmi ed agitarmi. Nel corso di questi mesi lo avevo “scoltato” raccontarmi la sua vita, anche quando non aveva nulla da dirmi, ed ora che ero di nuovo li con lui, lui non c’era. Chiesi a mio fratello di andarlo a cercare. Non dovette andare lontano, lui era seduto sulle sedie appena fuori la mia stanza, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, il viso in lacrime tra le mani. Cacciai immediatamente tutti dalla mia stanza e gli chiesi di entrare, e di togliersi le mani dal viso, che non aveva nulla di cui vergognarsi. Sapevo perfettamente come si sentiva, forse perché lo conoscevo davvero bene, o, più semplicemente, perché io mi sarei sentito esattamente come lui.

-          So che ci sei stato, che sei stato presente sempre, che non hai mai smesso di credere che potessi farcela. Ti ho sentito parlare, ti ho visto piangere e ridere…- il tubicino nella gola mi impediva di formulare frasi troppo  lunghe – so quanto hai sofferto, ma ce l’abbiamo fatta insieme…e adesso proseguiamo insieme – lo abbracciai con il solo braccio sano che avevo, le parole interrotte dal pianto – non ti nascondere, non ti vergognare, non incolparti perché vedi, io sono felice…

Lui stette lì a guardarmi incredulo, probabilmente pensò che fossi sotto l’effetto di sedativi. Scoppiò a piangere ma riuscì a sussurrarmi che anche lui era felice, felice che fossimo di nuovo riuniti, felice che non ce l’avessi con lui, felice di ever ritrovato, con me, la vita.

Non mi  ha mai chiesto come sapevo tutte quelle cose che mi aveva detto e fatto mentre ero in coma. Ho l’intima convinzione che lo sappia già.

1月23日

l'ipocrisia post mortem

Chi si ricorda di Samuele?o di Alessia?Francesca?Romina?

Probabilmente questi nomi non vi dicono nulla e non mi stupisco affatto che sia così. Eppure tempo fa voi tutte che leggete faceste manifestazioni, andaste in piazza con striscioni e bandiere, metteste roselline rosse accanto ai vostri nick su msn per commemorare la morte di uno dei tanti bambini trucidati dal selvaggio psicopatico di turno. Io risi di voi, e quasi vi commiserai per l’ipocrisia che stavate dimostrando perché, proprio come avevo predetto io di quei bambini, oggi, a poco più di un anno dalla morte, nessuno di voi se ne ricorda più. Condannai il vostro essere così ridicoli, il piangere per una persona che nemmeno conoscevate e risi, oh sì risi di gusto, davanti alla vostra stizza per le mie parole. Cinico io, forse. Memoria dimenticata la vostra.

Eppure oggi, di fronte al ricordo della mia collera di allora e di fronte al vostro finto perbenismo  e alla vostra voglia di essere tutti uguali nel grande villaggio globale, ecco, oggi mi viene da dirfe che almeno, in quella circostanza era giusto scrivere tutte quelle frasi sdoolcinate e dozzinali del tipo “Il piccolo angelo Samuele” o “Samuele sempre nei nostri cuori”…già, si trattava di un povero bambino indifeso che era morto per scelta e volontà di qualcuno che lo aveva sopraffatto con la forza. Oggi non mi sento più indignato per quelle vostre finte manifestazioni di commiato. No, oggi sono profondamente incazzato, o forse schifato sarebbe la parola più giusta. Sarà che va di moda fingersi buoni o apparire come tali, sarà che va di moda non andare mai controcorrente ed esprimere un’opinione fuori dal coro, sarà pure che con facebook è diventato ancora più bello far leggere agli altri  quanto sia grande il nostro cuore e quanto ci dispiaccia quando avvengono certe cose.

Già, che è successo?probabilmente (e grazie a dio dico io) non ne sentirete parlare ai TG di domani ma questo pomeriggio si  è “spento” per overdose da eroina un pluripregiudicato romano, assolutamente e totalmente dipendente dalle droghe, uno di quei tipi che pur di farsi una dose andavano a rubare i soldi ai ragazzetti più piccoli del quartiere o alla sua stessa madre, uno di quelli che aveva fatto della prepotenza il suo stile di vita e a cui gli altri stavano lontani non tanto per paura, quanto soprattutto per schifo. Sì, perché a tutte queste persone che oggi lo stanno piangendo come fosse un santo asceso in cielo il povero defunto faceva schifo più della peste, cambiavano marciapiede quando lo incontravano (quelle rare volte che non si trovava in carcere) si nascondevano dietro gli alberi pur di non farsi vedere quando passava…Il caro morto, poverino, era uscito dalla galera da poche ore e la prima cosa che ha ben pensato di fare, prima ancora di andare a salutare la madre è stata di farsi di tutto il tempo che aveva perduto stando in galera. Un vero eroe dei nostri tempi. Già, perché questo è diventato oggi, dopo la sua morte, un eroe, un martire, un santo…chi fino a 2 giorni fa lo disprezzava con tutto il cuore oggi scrive frasi di commiato su facebook(perché va di moda) o lo piange maledicendo la droga che se lo è portato via…già la droga, come se chi la sta accusando non ne facesse uso…mi compiaccio di fronte a cotanta ipocrisia.Io almeno che ne faccio uso, e lo dico senza nessun problema, non accuso la droga, no, accuso lui che si è voluto ammazzare. E per questo non scriverò frasette di commiato, ne andrò ai suoi funerali e non mentirò a me stesso fingendomi dispiaciuto per qualcuno che a malapena conoscevo. Niente di tutto questo. Il pensiero che mi attraversa la mente adesso è “meglio lui che io”  e a chi mi chiederà chi è morto non risponderò che era un bravo ragazzo, no, risponderò che era un delinquiente, un poco di buono, un rifiuto della società che anziché cercare di ritagliarsi un posto da protagonista ha preferito scappare, andarsene via con la coda fra le gambe, morendo felice con una siringa nel braccio.

Per le vostre roselline e i vostri striscioni ero indgnato. Di fronte alla vostra ipocrisia e al vostro perbenismo sono schifato.

Cinico io?ForseCoerente, sicuramente.

1月21日

a chi non mi ha mai tradito

Sono già passati più di due mesi abbondanti da quando presi la decisione, ridicola, di chiudere il mio vecchio "space". Lo feci per proteggere una persona cara da attacchi e ingiurie che si erano scatenati grazie anche all'anonimato dietro il quale il blog permetteva di nascondersi.
Povero ingenuo.
Non avevo capito infatti che se vi era effettivamente qualcuno da proteggere quello ero io. Per l'ennesima volta avevo messo - anzi permesso - che gli altri contassero più di me, tenendo su un piedistallo dorato chi, già da tanto tempo, mi aveva fatto scendere dal suo.
Buono, forse troppo, al punto che qualcuno lo ha considerato un mio difetto, senza però avere mai il coraggio di dirmelo in faccia.
Quante volte Francesco mi ha detto "Gabrielino tu sei fatto così e io che ti conosco lo so bene" Cristo quanto è vero. Ma buono sì, coglione no.  E ingenuo men che mai.
Ho sempre creduto, e credo tutt'ora, che la fiducia sia alla base delle relazioni tra essere umani, tra un ragazzo e una ragazza, tra amici, tra il datore di lavoro e l'impiegato. Nulla di duraturo si può costruire se questa viene a mancare. Una fiducia tradita molto difficilmente può essere riconquistata, in amore e , forse ancora di più, nei rapporti di vera amicizia. Già perchè quello che mi ha fatto più male, ancora di più dell'amore tradito, sono state le tante amicizie rinnegate, che in fondo poi amicizie non erano.
In questo forse ha ragione chi pensa  che il mio essere troppo buono mi porta a prendere delle grandi inculate dalla vita, senza però rendersi conto che anch'egli, per il solo fatto di pensarlo non è nient'altro che una grandissima inculata.
Da due mesi, quasi in concomitanza con la chiusura del vecchio space, ho cominciato a guardarmi bene attorno e, citando una canzone molto più vecchia di me "intorno a me girava il mondo come sempre..."  proprio così, quel mondo che tanto amavo, che tanto mi faceva sognare e piangere per la gioia di vivere, quel mondo era ancora lì. Lo era sempre stato, io piuttosto gli avevo sbattuto una porta in faccia, acciecato, forse da qualcosa o da qualcuno che oggi non c'è più.
In questo ultimo anno sono rimasto indietro sulla strada della mia vita, ho perso terreno, ed è giunto finalmente il momento di recuperare il tempo perduto, ma non lo posso certo fare con chi è rimasto più indietro di me. Ci sono invece persone che possono aiutarmi, eccome. Chi ha rallentato, permettendomi così di non perderlo di vista e di avere sempre un punto di riferimento davanti a me, chi, accorgendosi che mi ero fermato ha fatto inversione in mezzo alla strada ed è tornato indietro per portarmi con sè, chi ancora, venendo da dietro si è accort della mia presenza e si è fermato per aiutarmi a crescere, pur essendo a volte più piccolo di me.
Proprio come una squadra di ciclismo quando corre nel gruppo.
Ed io che per tanto tempo non avevo fatto caso a tutte queste mani tese ad aiutarmi, ora le vedo, eccome e, dio mio, quanto sono felice che ci siano. Sono le mani di due grandi amici che sono orgoglioso di conoscere e con cui sono fiero di essere cresciuto insieme, le mani di un "figlio"   di cui sono felice di essere "padre" e fratello maggiore,le mani di una "vecchia" amica che sa cosa vuol dire non sentirsi felici nell'oasi di Bello,  le mani di chi per tanto tempo avevo perso e che d'improvviso è tornato prepotente nella mia vita, come se nulla mai fosse cambiato, a testimonianza del fatto che le amicizie più solide nascono quando si è ragazzini.
Fiducia, tutto qui.
In questi due mesi non ho scritto, è vero. Ma ho osservato, pensato, riflettuto. Ho parlato.
E queste righe sono proprio per voi che mi siete stati ad ascoltare, condividendo con me ore, minuti, istanti preziosi del vostro tempo, a voi che non avete mai detto "a Ga decce un taglio" anche quando io stesso me lo sarei detto, a voi che non mi avete mai tradito.
A Francesco e Simone che mi hanno aiutato a ritrovarmi più di quanto essi stessi non credano, aprendomi gli occhi quando "osservavo la vita come la osserva un cieco", a Bea, che c'è sempre, con un messaggio a tarda notte o con una camminata tra un sentiero di montagna, lei conosce il mio entusiasmo nel fare le cose, spero sia felice di sapere che lo sto ritrovando, a Danielino, che sa comprendere bene il bisogno che ho a volte di stare solo e per questo non manca mai di farmi compagnia, a Lorenzo, di cui oggi comprendo il dolre, la rabbia, la collera, a Jhonny, che dopo 3 anni di convivenza sa persino quanti peli ho nel culo, a Pierluigi, che in questi 20 giorni ho visto più che negli ultimi 6 anni, che condivide con me i pensieri sulle donne e resta a farmi compagnia quando la notte è diffcile dormire, a mio fratello Stefano e mio cugino Marco, che mi hanno fatto riscoprire l'importanza della famiglia e  sono riusciti a dirmi anche le verità più scomode e dolorose in un modo che solo loro sanno. Potrei aggiungere me stesso, ma non lo faccio, perchè mi sono tradito da solo, permettendo che qualcuno riuscisse a farmi del male.
Per voi e per nessun altro ho scritto queste righe, perchè mi state aiutando a camminare di nuovo a testa alta tra la gente, senza paura o vergogna, senza bisogno di nascondermi per evitare il giudizio altrui. Arriverà presto il momento in cui dovrò ricominciare a camminare da solo, con la mia andatura, sulla mia strada, ma non ho paura perchè so che ad ogni incrocio ci sarete voi, sul vostro percorso, che vi girerete a salutarmi e a chiedermi come sto.
Ho sempre creduto che crescere fosse una cosa che viene naturale in un certo momento nella vita di ciascuno di noi. La realtà è che bisogna volerlo, a costo di fare il passo più lungo della gamba, con quel pizzico d'incoscienza che è tipico del bambino e con quella dose di coraggio che solo l'uomo può governare.
Mi rimetto in cammino, per recuperare il tempo perso ad aspettare chi non ha mai voluto raggiungermi o camminare con me, mi rimetto in cammino per ritrovare la fiducia in me stesso e nel mondo, meraviglioso, che c'è fuori.




 

Cinque Gabriele

地点